Isole di resistenza culturale: Libreria Fahrenheit 451 di Nettuno (parte 1)

Speciale a cura di Luna Luciano e Maria Letizia Perrini

Discutere di librerie indipendenti significa raccontare storie di microcosmi: realtà parallele a quella circostante, mondi che posseggono tempi e spazi propri. Le librerie fungono da ricoveri, nei quali il dialogo permane l’asse portante: chiunque v’entri è infatti consapevole che non s’imbatterà esclusivamente in libri catalogati o scolastici, ma in una passione che scuote interiormente. Eppure non tutte arrivano a concludere l’anno: alcune si reinventano, altre superano gravi difficoltà economiche ed altre ancora, purtroppo, son costrette a salutare i fedeli avventurieri e a chiudere la porta a chiave per sempre. Può capitare che si dia per scontata o sottovaluti la presenza urbana di tali luoghi, nonostante nelle città di provincia e nelle periferie costituiscano baluardi di resistenza culturale, isole che rappresenterebbero un buon punto di partenza per proposte locali. La rubrica online ˝Oltre gli Scaffali” è nata nel 2018 con lo scopo di raccontare la vita d’ognuna delle librerie e degli spazi sostenitori del progetto Passaporto Nansen. L’articolo corrente è il primo dei due “speciali” previsti, approfondimenti per leggere le peculiarità d’un ciclo vitale in corso o spentosi, poiché è giusto tramandare sia il cammino di chi sopravvive che quello di chi non riesce.

Ingresso della Libreria Fahrenheit 451 di Nettuno, in Via Carlo Cattaneo, 33
Fonte: Libreria Fahrenheit 451

Il 16 novembre 2019 la città di Nettuno, comune del litorale romano, ha perduto uno dei pochi presìdi culturali degno di tale nome sul territorio: la Libreria Fahrenheit 451. Condividerne la storia comporta questa volta chiamare in causa anche quella personale, che, per quanto slegata dagli effetti dei ricordi, ne abbraccia altre felici. Imboccare Via Carlo Cattaneo da Piazza Giuseppe Mazzini, fino a non molti anni fa, implicava ritrovare ogni giorno il Caffè della Posta, il negozio di tessuti Porfiri, il fotografo Fausto, il forno Ottaviani, la fraschetta che pullulava d’anziani avventori. Una sequela d’attività artigianali e a conduzione familiare, che sembravano in commercio da sempre e destinate allo stesso lasso temporale. L’apertura della libreria Fahrenheit 451 al civico 33 avrebbe in seguito arricchito una strada laboriosa e pedonale. Alterne fortune han fatto poi sì che alcune attività chiudessero o si trasformassero; la libreria, invece, complice l’ingiustificata assenza d’una biblioteca comunale, s’ergeva a fortilizio culturale: aperta, concreta, salda. Casa d’una giovane lì cresciuta e formata, che v’avrebbe curato gl’incontri di Passaporto Nansen e d’una ragazza che là ha realizzato i primi articoli ed interviste, la Libreria Fahrenheit 451 è stata anche la tappa di partenza del nostro viaggio con la rivista. Con il fondatore e proprietario, Andrea Sacchi, ne percorreremo un ultimo, insieme.

Andrea, partiamo dal principio: com’è nata la Libreria Fahrenheit 451 di Nettuno? Perché decidesti d’ispirarti al celebre romanzo di Ray Bradbury?

«La Fahrenheit è nata da una bell’intenzione ed un piccolo sogno: aprire un’attività costruttiva a 360°, che avesse anche un coinvolgimento passionale e che diventasse la mia professione. Se vogliamo, anche un’utopia dove si potessero affrontare tutti i temi del sapere, del conoscere, delle arti. Il nome e la scelta del rimando al romanzo in realtà furono un po’ una folgorazione: a pochi giorni dall’inaugurazione, il 28 luglio del 2006, stavo ancora cercando un nome che mi piacesse e quando ho ripensato a quel romanzo è stato istintivo sceglierlo».

Hai esercitato per tredici anni questa professione: cosa significa per te essere un libraio?

«Non ho fatto in tempo a capirlo [NdA ride]… Magari tra altri tredici anni potrò dirvelo. Essere un libraio vuol dire “quotidiano”: una mèta che non raggiungi, cavalcare la conoscenza dei libri, intercettare il desiderio del lettore e confrontarsi».

Che tipo di rapporto hai instaurato nel tempo con il pubblico?

«Dal punto di vista della ricchezza antropologica, con le sue declinazione brutte e belle, è stata un’esperienza enormemente preziosa: alla fine una libreria è anche un punto d’incontro. Il rapporto con le persone, con ogni singola persona, per me ha un valore, anche dove c’era uno scontro che ti permetteva di scoprire l’altro. Molti, alcuni anche inaspettatamente, hanno testimoniato la loro vicinanza alla libreria».

I giovani hanno frequentato la libreria? In proporzione, più questi o gli anziani?

«Gli anziani».

Come lo spiegheresti? I giovani vengono avvicinati alla lettura secondo te?

«Tu puoi lamentare la mancanza di qualcosa che conosci, ma ti può mancare qualcosa che non conosci? C’è mancanza di stimolo nei confronti dei giovani? Sì. Ci sono insegnanti che cercano d’accendere la scintilla della curiosità letteraria, che poi porta in mille rivoli e strade diverse. Però sono pochi e di conseguenza il loro frutto è poco.
Nell’estate 2017 abbiamo fatto con Fabio [NdA Riggi, collaboratore] l’esperimento d’aprire il venerdì e il sabato sera. C’era un’ideale barriera, con le porte spalancate ovviamente, dove non è entrato nessuno. Forse è passato qualche amico a salutarci… Poi un po’ un circolo s’è innescato, ma veramente minimale».

Andrea Sacchi (al centro) con lo staff della Libreria Fahrenheit 451 di Nettuno
Fonte: Libreria Fahrenheit 451

Si parla spesso d’ “oggetto-libro” o “libro-prodotto”. Cos’è per te il “libro”?

«Il libro porta in sé bellezza e ostacoli. Può essere un ponte, se trovi però una sponda dall’altro lato; quando, purtroppo, viene a mancare l’interesse, il libro diviene esattamente il suo contrario: una barriera. Ho tristemente visto crescere una repulsione, quasi un timore nei suoi confronti: viviamo in una società dove, in astratto, tutti hanno tutto; nel concreto, però, il sapere viene relegato nelle retrovie. Ovviamente è generalizzante, e forse azzardo troppo, ma c’è un fondo di verità e potrei fare degli esempi. Il libro ha una sua complessità: devi scegliere quale libro, andare in libreria, ordinarlo ed aspettare che t’arrivi, sfogliarlo, e ottenere quello che stavi cercando. Per me tutto ciò è una ricchezza, per tanti è un limite».

Perché dal tuo punto di vista è necessaria la presenza d’una libreria sul territorio?

«Vorrei rispondere ponendo una domanda a mia volta: “Perché è importante avere una libreria ‘importante’ sul territorio?”. Un territorio è un àmbito fatto di domanda e offerta: io posso proporre un tipo d’offerta, ma se dall’altra parte non trovi nessuno disposto ad ascoltare, vuol dire che stai offrendo qualcosa che a quel mercato è venuto a mancare. Quest’assottigliamento diminuisce anche la forza delle tue proposte».

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